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Grecia a ritmo di Syrtaky di Francesco Bini

A RITMO DI SYRTAKI

di Francesco Bini

Eravamo già stati in Grecia varie volte in barca ed il viaggio non ci preoccupava, né emozionava più che tanto. Infatti lo abbiamo preparato pochissimo e deciso a cuor leggero pochi giorni prima di partire.
Programma del tipo: partiamo ed andiamo dove ci porta il camper.
Con un solo punto fisso ed irrinunciabile: Santorini.
Alla fine si è rivelato come uno dei viaggi più interessanti e piacevoli mai fatti.
Attraversiamo comodamente da Bari e sbarchiamo a Patrasso. Avevamo comprato il biglietto Bari-Igoumenitsa-Bari, ma all’imbarco abbiamo improvvisamente deciso di proseguire il viaggio d’andata fino a Patrasso, per essere più vicini ad Atene. Nessun problema: pochi secondi al checkin e stesso prezzo.
Appena sbarcati c’immettiamo in una cosiddetta autostrada per Atene e subito facciamo la conoscenza del traffico greco, non proprio ordinatissimo e comunque con interpretazioni del codice del tutto peculiari. La strada è a carreggiata unica e due sole corsie, ma i greci viaggiano costantemente su quella d’emergenza, lasciando la corsia normale per il sorpasso. Roba che se la fai in Italia, ti riducono la patente in coriandoli.

cartina
La prima tappa è a Micene, tra le dolci colline del Peloponneso a pochi chilometri da Corinto.
I resti dell’acropoli sono adagiati su una bassa altura pietrosa, sormontata da due brulle montagne
aguzze e circondata da un oceano d’ulivi.
Appena entrati nella zona archeologica, si passa la famosissima porta dei leoni e l’emozione è
grande, non tanto per l’opera in sé, quanto per i ricordi liceali. Chi non ha disegnato, impiegando tempi geologici, questi leoni?
Si scala l’acropoli fino ai resti del palazzo reale.
Non rimane molto, ma fa una certa impressione sapere che qui si trovava il trono di Agamennone.
Nelle tombe di Micene sono stati trovati numerosi gioielli, tra cui la maschera d’oro di Atreo, che costituisce uno dei pezzi principali del museo archeologico di Atene.
Ripresa la strada di Atene, passiamo sopra il canale di Corinto, una trincea lunga sei chilometri e profonda fino a 80 metri.
Il canale è strettissimo, circa 24 metri, e aspettiamo a lungo il passaggio di una nave per vedere l’effetto che fa.
Ma purtroppo non ci sono navi e dobbiamo accontentarci di guardare le cartoline.
Dormiamo ad Atene nel campeggio Athena, torrido e rumorosissimo per la vicina autostrada per Corinto, ed il giorno dopo siamo sull’acropoli.
Non importa quante volte siete stati ad Atene: questi marmi mettono sempre un po’ di soggezione, anche se imbracati e violentati dalle impalcature e dai tralicci delle gru. L’Eretteo è quasi privo di intelaiature e poi sappiamo che gli originali delle cariatidi ci aspettano nel museo, all’ombra ed al fresco, per un incontro più intimo.
Atene non è una città bella, o almeno non è una città facile, ed il panorama dall’acropoli è su un’urbanizzazione sterminata. Cerchiamo di estendere i pochi ulivi rimasti sulle pendici dell’acropoli fino a coprire questa pianura di cemento, di immaginarci carri con i buoi, schiavi al lavoro, eserciti in armi e filosofi e mercanti nell’agorà, ma lo smog ed i rumori del traffico deprimono qualsiasi fantasia.

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Scendiamo verso la Plaka nel caldo del mezzogiorno e la troviamo più umana, un po’ meno piena di turisti. Riusciamo pure a divertirci a discutere con una vecchia che si picca di chiamare hand made degli ignobili ricami industriali.
Per il resto la solita distesa di negozi kitsch e ristoranti per turisti.
L’afa tremenda ci fa dimenticare i buoni propositi sul museo nazionale ed il museo Benaki ed il giorno dopo siamo al Pireo per imbarcarci su un traghetto verso Santorini.
I biglietti li abbiamo fatti in un’agenzia sul porto la sera, senza alcuna prenotazione né alcun problema.
Il Pireo è un porto industriale pieno di fast food e privo di fascino: peccato che il caldo non ci lasci la voglia e le forze per una puntata al vicino porto turistico, il Microlimano, perfetto nella sua circolarità, con i ristorantini illuminati a fargli da corona.
Prima di imbarcarci facciamo quello che forse è stato l’unico errore di tutto il viaggio: compriamo un CD di musiche greche, per la futura sonorizzazione del video del viaggio. Chitarre e mandolini, ripetitivi ed un po’ ossessivi, saranno il nostro tormentone per il resto della vacanza. Tutta condotta a ritmo di syrtaki.
Con più di 200 isole la Grecia ha bisogno di un gran numero di traghetti ed infatti non ne abbiamo mai visti tanti tutti insieme: il Pireo ne è addirittura congestionato.
Anche perché pare che vogliano partire tutti insieme alle otto del mattino.
Abbiamo qualche difficoltà ad imbarcarci senza sbattere la coda, ma le molle ad aria gonfiate al massimo ed alcuni paglietti di corda ci aiutano a superare uno scalino non proprio contenuto.
La nostra nave si ferma in tre isole, prima della meta finale, e così ci godiamo una piccola piacevole crociera nelle Cicladi. Le prime due tappe sono Paros e Naxos, due tra le isole più grandi e turistiche di tutto l’arcipelago. Poi è la volta di Ios, famosa per la sua vita trasgressiva.
Finalmente siamo a Santorini: l’ingresso, nel tardo pomeriggio, nella caldera è veramente indescrivibile.
Le falesie sono di cioccolato e sembra impossibile arrampicarsi fino alla glassa bianca dei paesi, che cola lungo le pareti strapiombanti. Il vulcano, nudo e rossastro, impone la sua presenza, ma le casette bianche e le cupole blu sono là, indomite, a testimoniare l’eterna sfida dell’uomo, più volte battuto, ma mai annientato.
Finalmente sbarchiamo sulla piccola banchina che fa da porto e la scalata del bordo della caldera è entusiasmante, con gli stretti tornanti che ci propongono una prospettiva sempre diversa di quest’isola fantastica.
Proviamo ad infilarci nel piccolo campeggio di Thira, ma questo è fatto per le tendine a igloo ed i sette metri e passa del nostro camperone rischiano di intasarlo irrimediabilmente. Ci propongono una soluzione impossibile in fondo ad un viottolo ripidissimo, ma preferiamo andarcene in cerca di una soluzione migliore.
Ed è stato così che abbiamo scoperto che la strada panoramica sulla caldera è ricchissima di piazzole di sosta a picco sul mare: ne scegliamo una lontana da alberghi e ristoranti e finalmente ci fermiamo nel più bel parcheggio che un camperista possa sognare.
I paesi di La e di Thira si fronteggiano sul bordo dell’antico cratere e sono l’uno uno spettacolo per l’altro.
Questi centri sono particolarissimi e le signore non si stancherebbero mai di girare per stradine, chiesette, boutique e taverne.
Dalle terrazze di Thira il tramonto è fatato: scende il silenzio e l’isola si ferma a guardare.
Non ci sono parole, non ci sono fotografie, non ci sono filmati che possano descrivere l’atmosfera di questo momento: bisogna proprio esserci.
Quando tutto è finito, dalle terrazze silenziose, si alza qualche applauso: applaudire al tramonto può sembrare un gesto ingenuo e un po’ di cattivo gusto, ma prima di giudicare bisogna proprio assaporare questa magia.
Il giorno dopo un barcone ci porta a visitare i Kameni, i due isolotti lavici che si sono formati in epoca storica in mezzo alla caldera.
Il più recente ha solo 400 anni e l’ultima eruzione risale a meno di 50 anni fa.
Un viottolo, nero di sabbia lavica, sale al piccolo cratere e vale davvero la poca fatica necessaria, fosse solo per l’incredibile vista su Santorini e Tirasia.
La gita prosegue per Tirasia, l’altra isola abitata sopravvissuta all’esplosione del vulcano ed è ineluttabile la salita al paese a dorso di asino. Questi asinelli sono bestie di carattere e non si preoccupano di pietre aguzze e di strapiombi: conoscono perfettamente la loro larghezza, ma è subito evidente che non la sanno sommare a quella delle gambe dei turisti. E così bisogna tirar via spesso i piedi dalle staffe e cercare di scansare queste rocce, fresche di eruzione e non ancora arrotondate dal Meltemi.
Eravamo già stati a Santorini molti anni fa con una barca e annoveravamo l’isola come una tra le più belle del Mediterraneo, ma dopo questo soggiorno non abbiamo più dubbi: Santorini è certamente la più bella, almeno tra quelle che conosciamo noi (e sono tante…).
Arrivato il momento di partire, dobbiamo decidere dove andare: partendo dall’Italia pensavamo di fare un giro per le Cicladi, ma all’ultimo momento optiamo per Creta, dove non siamo mai stati.
E così, dopo un ultimo saluto a Santorini, c’imbarchiamo per la verde Creta, l’isola che ha dato i natali a tanti personaggi eccellenti, da Zeus a Zorba il greco.

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Nikos Kazantzakis

Uno dei più importanti scrittori greci del 20 secolo, nacque a Iraklion nel 1883 e si laureò ad Atene in giurisprudenza.
Egli fu più un filosofo che uno scrittore e fu profondamente influenzato da pensatori cristiani, marxisti e buddisti.
Nel 1938, dopo un lunghissimo parto, pubblicò un poema epico (in ben 33.333 versi) sulla storia di Ulisse, continuando da dove l’aveva lasciata Omero.
Le opere più famose le scrisse negli ultimi anni della sua vita, quando pubblicò, tra gli altri, Zorba il Greco e L’ultima tentazione di Cristo, che suscitò astiose reazioni da parte delle chiese cristiane.
Da questi racconti furono tratti due famosissimi film, il primo (1964) con Anthony Quinn e Melina Merkouri (regia di Mihalis Kakoyiannis) ed il secondo (1988) con William Dafoe (regia di Martin Scorzese).
Morì in Germania nel 1957 ed è sepolto nei bastioni del forte veneziano di Iraklion.

El Greco

Domenikos Theotokopoulos, chiamato El Greco, nacque nel 1541 a Candia (l’attuale Iraklion, allora sotto dominio veneziano).
Studiò e lavorò a lungo in Italia, a Venezia e Roma, dove la tradizione vuole che fosse particolarmente apprezzato da Tiziano. In questo periodo, precedente la sua partenza per la Spagna (1577), ebbe modo di perfezionare la propria arte ed eseguì alcuni dipinti per la famiglia Farnese.
A Roma non riuscì a farsi benvolere, probabilmente per il suo pessimo carattere. “Michelangelo? Un buon uomo, che però non sa dipingere”, questo il giudizio lapidario di El Greco, in visita alla Cappella Sistina.
Nel 1577 si sposta a Toledo per lavorare in varie chiese e fu questo il suo periodo migliore.
Tra le sue opere più significative si ricordano lo Spolio della cattedrale di Toledo, l’Entierro del Conde de Orgaz nella chiesa di S. Tomè, la Discesa dello Spirito Santo del museo del Prado e Gesù a Getsemani nella National Gallery di Londra.
Alla fine della sua esistenza El Greco fu coinvolto in una lunga disputa legale che lo portò a gravi difficoltà economiche, fino alla sua morte (1614).

In quattro ore siamo ad Iraklion e la prima impressione non è entusiasmante: la città ci appare sgradevole, afosa, caotica e mal tenuta. Tuttavia conserva discreti resti veneziani, ricostruiti dopo la guerra, ed il suo museo archeologico è il secondo della Grecia, dopo quello di Atene.
Pochi chilometri a sud di Iraklion troviamo il mitico palazzo di Cnosso, costruito intorno al XVII secolo a.C. e distrutto dal maremoto generato dall’esplosione del vulcano di Santorini. Purtroppo 3500 anni non sono passati invano e d’autentico resta poco più delle tracce delle fondazioni. In compenso ci sono molte parti ricostruite malamente, con materiali assai diversi dagli originali e perfino con largo uso di cemento armato. Anzi la ricostruzione è tuttora in corso, con muratori e decoratori sfacciatamente all’opera. Nel complesso restiamo delusi e ce n’andiamo con il rimpianto di un mito perduto.

Il mito del Minotauro

Minosse, figlio di Zeus ed Europa, voleva unificare sotto di sé tutte le città di Creta e pregò Poseidone di dare un segno, per provare che questa era la volontà degli dei.
Poseidone accolse le preghiere di Minosse e fece uscire dal mare un bellissimo toro bianco.
Minosse però non mantenne la parola e si rifiutò di uccidere il toro, sacrificandone un altro in sua vece.
Poseidone, offeso, si vendicò facendo nascere una passione contro natura per il toro in Pasifae, moglie di Minosse.
Dedalo
costruì una vacca di legno ricoperta di pelle, dove la donna poteva introdursi per poter soddisfare il suo morboso
desiderio. Dall’unione di Pasifae ed il toro nacque il Minotauro, un mostro con la testa di toro ed il corpo umano, che fu rinchiuso da Minosse nel labirinto che Dedalo aveva costruito sotto il palazzo di Cnosso.
Saputo della sua complicità nell’adulterio di Pasifae, Minosse cercò Dedalo in tutta l’isola e bloccò i porti, per impedirgli la fuga. Allora Dedalo costruì per sé e per suo figlio Icaro delle ali di piume, tenute insieme con la cera, e con quel mezzo lasciarono Creta. Ma Icaro volò troppo vicino al Sole, la cera si sciolse e l’incauto precipitò in mare. Il Minotuaro si cibava di carne umana e ogni anno sette giovani e sette fanciulle ateniesi venivano sacrificati per saziare la sua fame.
Teseo, figlio del re ateniese Egeo, si offrì volontariamente di essere uno dei sette giovani, per cercare di uccidere il Minotauro e liberare così la sua città dall’umiliante e inumano tributo. Arianna, figlia di Minosse, si innamorò di Teseo e gli insegnò come uscire dal labirinto con il famoso gomitolo di spago.
Teseo, ucciso il Minotauro, ripartì con Arianna alla volta di Atene, ma l’abbandonò sull’isola di Naxos.
Quando Arianna si svegliò, non trovando Teseo, pregò Zeus di punirlo.
Teseo, al suo arrivo ad Atene, si dimenticò di mettere le vele bianche sulla sua nave, che avrebbero significato il suo ritorno vittorioso. Suo padre Egeo, vedendo le vele nere, pensò che fosse morto e si uccise buttandosi nel mare, che da allora prese il suo nome.
In seguito Teseo venne trascinato a morte dai suoi cavalli, spaventati da un mostro emerso dal mare.
Arianna, rimasta sola a Naxos, iniziò a piangere fino a quando le apparve Dionisio, che per confortarla le donò una corona d’oro. Dopo le loro nozze, il dio lanciò la corona in cielo, dove si trasformò nella costellazione della Corona Boreale.

Riprendiamo il nostro viaggio dirigendoci verso levante, tra un panorama prima molto verde e poi via via più brullo.
Passata la cittadina di Aghios Nikolaus proseguiamo verso l’estremità nord-orientale di Creta, dove c’è Vai, la spiaggia più famosa dell’isola, soprattutto per avere alle spalle il palmeto più grande d’Europa, ricco di 5.000 piante.
Si arriva ad un grande parcheggio (l’unico a pagamento di tutto il viaggio), dove ci mandano in un posto defilato, ma non sgradevole e ci dicono che possiamo tranquillamente passarci la notte. Il posto è molto bello, con le palme che arrivano fin sulla spiaggia, ma un po’ troppo turistico per i nostri gusti e ce ne andiamo subito in cerca di luoghi più tranquilli.
Pochi chilometri più a sud troviamo la grande spiaggia di Paleocastro, ben ridossata al Meltemi, che qui viene da terra, ed infatti ci sono molti windsurf. Lungo questa spiaggia, ben mimetizzato tra le tamerici, troviamo l’unico gruppetto di camper di tutto il viaggio. Saranno circa una dozzina, in prevalenza francesi, ed hanno tutto l’aspetto di voler passare qui un lungo periodo.
Dopo una notte tranquillissima, passata in splendida libertà con due ruote quasi in mare, proseguiamo verso il lungo lato meridionale dell’isola, molto meno turistico, ma anche più devastato da costruzioni sgradevoli (che per la verità non mancano da nessuna parte) e da un infinità di serre poste direttamente sul mare. Poco prima di Ierapetra (brutta cittadina moderna di seconde case) troviamo, distesa sul lontano mar Libico, una spiaggia immensa e completamente deserta. Ci fermiamo a pranzo, ridossati da qualche alberello, ma anche così le raffiche rabbiose ci impediscono quasi di mangiare.
Il mare, lisciato e pulito dal vento di terra, scintilla sotto il sole ed ha ormai il sapore dell’Africa.
Dopo tanto mare, abbiamo voglia di un po’ di montagna e ci arrampichiamo sull’altopiano di Lassithi, conosciuto come l’altopiano dei diecimila mulini. Questi mulini, sostenuti da tralicci in ferro, servivano per pompare l’acqua d’irrigazione.
Ovviamente oggi è più comodo ed economico usare le pompe elettriche e i famosi diecimila mulini siano rimasti solo nelle cartoline.
Comunque qualcuno riusciamo a trovarlo, conservato soprattutto come richiamo turistico di alberghi e ristoranti. Nel complesso il posto è fresco e piacevole e vale la pena di arrivarci, attraverso strade non proprio agevolissime.
Ritorniamo sulla costa settentrionale e continuiamo verso occidente tra file di abeti e rocce, in un ambiente quasi alpino, alle pendici del monte Ida.

La nascita di Giove

Il titano Crono, il primo re degli dei, era stato messo in guardia da un oracolo che uno dei suoi figli l’avrebbe spodestato e per questo inghiottiva i suoi figli man mano che nascevano.
Ma la moglie Rea, inconsolabile per la sorte dei propri figli, quando doveva mettere alla luce Zeus, si rivolse a Urano e Gea, genitori di Crono, perché l’aiutassero a nascondere il nascituro.
Gea, mossa a compassione, portò Rea a Lictos, nell’isola di Creta, dove partorì il bambino divino nel segreto di una grotta del monte Ida.
Dopo la nascita di Zeus, Rea trasse in inganno Crono presentandogli una grossa pietra avvolta in un panno, che egli inghiottì convinto di aver divorato l’ennesimo figlio (tale pietra fu in seguito posta dallo stesso Zeus a Delfi, alle pendici del monte Parnaso, dove venne venerata come “ombelico del mondo”).
Perché Crono non sentisse i pianti di Zeus neonato, i Cureti, demoni benigni, danzavano e battevano sui loro scudi, fuori dalla grotta.
Zeus fu allevato dalla capra Amaltea col proprio latte e dalla ninfa Melissa col miele.
Zeus onorò in modo particolare Amaltea, trasformandola in uno dei satelliti di Giove, il pianeta a lui dedicato, usando la sua pelle per il proprio scudo (l’egida) ed eleggendo un suo corno a simbolo dell’abbondanza (la cornucopia).

Raggiungiamo prima Retimno e poi Canià, dal caratteristico faro a forma di minareto e dai molti ricordi arabi e veneziani.
Creta fu veneziana per quasi quattro secoli e mezzo, dal 1204 al 1645, quando fu conquistata dai Turchi. Venezia attribuiva molta importanza a Creta (cha allora si chiamava Candia) e costruì 35 fortezze per difenderla, oltre a porti ed arsenali.
Tutte le cittadine della costa settentrionale sono molto turistiche, con un’infinità di ristoranti, caffè e negozi di souvenir e articoli da spiaggia. Questa è la vera Rimini della Grecia.

Gli assaltatori italiani nella baia di Suda

La baia di Suda, immediatamente a levante di Canià, vide il primo clamoroso successo degli assaltatori italiani nella seconda guerra mondiale.
L’azione avvenne il 26 marzo 1941 e l’attacco alla baia, allora in mano inglese, fu portato non con i siluri a lenta corsa (più noti come “maiali”), ma con i “barchini”, piccoli motoscafi da corsa, lunghi 5 metri, modificati per uso bellico. Questi mezzi erano condotti da un solo uomo ed avevano una carica di tre quintali di esplosivo a prua. Progettati per l’attacco di sorpresa alle navi all’ancora, venivano portati, in una notte senza Luna, all’interno dei porti. Avvicinata la nave nemica, l’assaltatore bloccava i timoni e lanciava il suo mezzo a tutta velocità contro l’obiettivo. A questo punto il pilota si lasciava cadere nella scia, sorretto da uno zatterino. La carica scoppiava sette secondi dopo l’urto, scendendo a livello della carena. Ai comandi del tenente di vascello Luigi Faggioni (La Spezia 1909 – Chiavari 1991), operarono in tutto sei barchini: forzati tre sbarramenti antisiluri, entrarono nella parte più interna e protetta della baia ed affondarono l’incrociatore pesante York, la petroliera Pericles e due mercantili. Sopravvissuti all’azione e fatti prigionieri, furono tutti insigniti della medaglia d’oro al V.M..

All’estremità occidentale ci sono varie bellissime spiagge, abbastanza deserte e lontane dalle città più affollate. Abbiamo trovato ampi parcheggi vicinissimi al mare, molta tranquillità e qualche servizio (taverne e piccoli stabilimenti balneari, molto discreti e che lasciano il 90% di spiaggia libera)
In particolare, a sud-est, protetta da una lunga strada, asfaltata di recente ma spesso stretta e piena di curve, troviamo la spiaggia rosa dell’isola di Elafonisi.
L’isola è collegata a terra da una bassa laguna, attraversabile a guado, che di fatto divide il mare in due parti: profondo e blu quello a sud, secco e chiaro quello a nord.
I colori della spiaggia e del mare sono davvero incredibili: il rosso del corallo tritato nella sabbia, tutte le sfumature dell’azzurro, del blu e del verde nell’acqua.
Eleggiamo questa come la spiaggia più bella del Mediterraneo, dopo l’inarrivabile cala di Luna.
E qui passiamo, dopo un tramonto limpidissimo, la nostra ultima notte cretese.
Quest’isola ci ha riservato molte sorprese.
Innanzi tutto la vegetazione: pensavamo di trovare un mucchio di sassi riarsi ed abbiamo trovato una delle isole più verdi del Mediterraneo. Le pianure e le colline costiere sono ricoperte da ulivi, piante di agrumi e viti, mentre, man mano che si sale sulle pendici dei tre massicci montuosi dell’isola (con altezze comprese tra i 2.200 ed i 2.500 metri), si incontrano le caratteristiche piante di montagna (castagni, noci ed abeti). Specie endemiche sono un platano sempreverde e le tipiche palme di Vai. Anche le strade sono spesso fiancheggiate da lunghi muri di oleandri rigogliosi. Straordinaria è poi l’irrigazione: una fitta rete di tubi copre l’isola, portando acqua nei luoghi più lontani.
Dal punto di vista culturale, Creta fa onore alla sua fama di “culla della civiltà”: tantissimi sono i siti archeologici, purtroppo di interesse molto specialistico e difficilmente godibili dal turista qualsiasi. Molti anche i monasteri ortodossi e le fortezze veneziane. Tra gli aspetti negativi non possiamo tacere la pesante cementificazione, con molti ecomostri che fanno brutta mostra di sé sulle coste. La parte meridionale è poi sconciata da una teoria infinita di serre, costruite a ridosso del mare.
Molte le cose che non siamo riusciti a vedere: la gola di Samarià, il canyon più grande di Europa, lungo 18 km e profondo fino a 500 metri, l’isola di Gramvousa, con la sua imponente fortezza veneziana, il forte e le spiagge di Paleochora, l’isolotto della ninfa Calipso, Gavdos, punto più meridionale di Europa, le innumerevoli grotte e chissà quanto ancora.
Troppo pochi otto giorni per un’isola grande e complessa come Creta. Torneremo.
Salpiamo per Atene la sera ed il mattino successivo sbarchiamo nell’eterno caotico traffico del Pireo. Dopo 200 km della solita strada greca, buona, ma non troppo, arriviamo a Delfi, adagiata a mezza costa in posizione splendida sulle pendici del monte Parnaso.
Delfi fu il centro religioso più importante della antica Grecia, “ombellico del mondo”, sede dell’oracolo di Apollo e dei giochi pitici, i secondi giochi panellenici per ordine di importanza dopo quelli olimpici.
Delfi è probabilmente il sito archeologico più interessante della Grecia, paragonabile all’acropoli di Atene. Lo visitiamo nelle ore più calde: il solleone ed il canto assordante delle cicale dà la giusta atmosfera mediterranea a questo luogo incantato.
Arriviamo alle Meteore a notte e parcheggiamo vicino alla Grande Meteora, per essere i primi a visitarla il giorno successivo.
Si scatena un temporale fortissimo: è tutto buio e fa una certa impressione a starsene tutti soli quassù tra questi inquietanti monasteri.
Ogni tanto si accende una luce, si vede un ombra in controluce e poi tutto torna buio. Veniamo svegliati varie volte, in piena notte, dal suono delle campane. Stiamo a lungo a guardare piovere fuori del finestrino e ci sembra di essere ritornati in pieno medioevo.
Per fortuna la mattina successiva viene fuori un pallido sole che fa svanire poco a poco le nebbie notturne e ci consente di andare in giro, anche se sotto un cielo corrucciato.
Costruiti a partire dal XIV secolo, questi monasteri ortodossi erano isolati e protetti dagli strapiombi, che fino a pochi decenni fa erano superabili sono con vertiginose scale a pioli o con argani e reti da carico, che ancora oggi sono usati per i materiali.
E’ possibile visitare sette o otto monasteri, di cui il più famoso è quello della Trasfigurazione (o Grande Meteora), assolutamente irrinunciabile.
Comunque ogni visita è abbastanza breve, perché, comprensibilmente, gli spazi aperti ai turisti non sono molti.
Tutti i monasteri sono collocati in un’area di pochi chilometri, collegati da una strada di montagna abbastanza agevole, con parcheggi sufficienti, ma non abbondanti. Ci avevano consigliato di iniziare la visita la mattina presto dalla Grande Meteora, parcheggiando la sera precedente, senza avvicinarsi troppo all’ingresso e girando il camper verso la discesa, per non trovarsi imbottigliati nel traffico della mattina. Consiglio prezioso.
Le Meteore meritano da sole un viaggio: sarà forse stato per la notte burrascosa, che ci ha messi in un particolare stato d’animo, ma lo straordinario ambiente naturale e questi suggestivi monasteri, chiusi per secoli a qualsiasi contatto esterno, ci hanno impressionato intensamente.
Proseguiamo infine per Igoumenitsa, dove il traghetto ci riporterà in Italia con una traversata senza storia.
Grecia (1)
NOTE

In Grecia è ufficialmente proibita la sosta notturna dei camper. In realtà noi abbiamo passato solo quattro notti in campeggio (le quattro notti peggiori) e le altre in luoghi bellissimi, di solito molto vicino al mare.
Bisogna notare che a Santorini eravamo sicuramente l’unico camper ed a Creta abbiamo stimato una presenza di circa 20 camper (molti francesi), di cui 12 concentrati sulla spiaggia di Paleocastro, adattissima al windsurf.
Quindi l’impatto ambientale dei camper è veramente ridotto e in tutta la Grecia non abbiamo trovato un solo divieto.
Abbiamo sempre parcheggiato gratis, salvo che alla spiaggia di Vai (Creta).
Abbiamo ottenuto facilmente l’acqua chiedendola a chiunque vedessimo con un tubo di gomma (giardini privati e cantieri edili, soprattutto). Il viaggio è stato effettuato nel luglio 2003 ed abbiamo trovato ben poco affollamento, sia sui traghetti sia nei locali pubblici. Considerata la vastissima disponibilità di posti letto e di ristoranti (tutti deserti), temiamo che in agosto il numero dei turisti salga a valori insopportabili. Comunque ci dicevano che nell’estate 2003 in Grecia c’è stato un crollo drammatico del numero dei turisti.
I traghetti sono numerosi e fanno venir voglia di saltare da un’isola all’altra: per esempio da Aghios Nikolaus (Creta nord-orientale) in poco più di 60 miglia si è a Rodi. Sulle rotte interne della Grecia non è previsto il camping on board e quindi, nelle traversate notturne, bisogna scegliere tra la cabina (molto cara) o il passaggio ponte.
Le navi della Superfast sono nuovissime e comode: noi non abbiamo avuto problemi con il camping on board, perché eravamo solo quattro camper, ma lo spazio sotto le stelle non è moltissimo e sappiamo di camper che hanno avuto problemi di caldo. Cercate di imbarcarvi per primi Corrente elettrica disponibile senza formalità e servizi puliti.
Le strade sono mediamente da discrete a buone, sia in Grecia che nelle isole, ma con molte curve e saliscendi, e perciò le medie sono sempre basse. In generale le strade sono ricche di piazzole per la sosta, spesso in punto di estremo interesse paesaggistico ed adatte alla sosta dei camper.
Molto utile e gradevole (come sempre) lo scooter al seguito. La copertura per i cellulari è molto buona.
Le carte di credito sono accettate veramente dovunque (noi siamo partiti con poche centinaia di euro e ci sono avanzati).
L’inglese è compreso comunemente.
La temperatura è stata insopportabile ad Atene (come del resto in Italia), ma gradevole nelle isole, per il Meltemi e la vicinanza del mare. Cielo sempre perfettamente sereno, salvo l’ultima notte e l’ultimo giorno.
In tutto abbiamo preso cinque traghetti e fatto circa 3.500 chilometri, di cui 1.500 in Italia.

Francesco Bini
bini.pisa@tin.it

 

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