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TIBET SCONOSCIUTO di Bruno Pavan

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Tibet

Tibet: l’eco di trombe, tamburi, gong e campanelle si è appena spento. I mantra recitati con voci profonde da un centinaio di monaci mi fanno venire la pelle d’oca, sto quasi levitando.

Sono nel monastero tibetano di Sera-je, dove perdura una tradizione di oltre cinquecento anni di vita monastica.

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Ci sono arrivato dopo aver incontrato Sua Santità il XIV Dalai Lama nella sua modesta residenza in McLeod Ganj, a 2000 metri sui primi contrafforti dell’Himalaya, in India, dove dovette rifugiarsi in seguito all’invasione cinese del Tibet del 1950. Nonostante il Dalai Lama sia sempre stato categoricamente contrario ad una sollevazione armata contro l’invasore, i guerriglieri Kamba, fiera tribù nomade del Tibet, per abbastanza tempo tennero in scacco le truppe cinesi.

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Erano armati dalla C.I.A., Taiwan, India e Pakistan, per una volta uniti in un comune interesse. Forse potrebbero anche aver ricacciato gli invasori, se, nel 1971, la politica del ping-pong che condusse alla distensione U.S.A.-Cina, non avesse posto fine agli aiuti. Il Tibet fu vergognosamente sacrificato in nome di interessi commerciali. Nessun paese protestò per paura di perdere la sua fetta di affari col colosso asiatico. Miserie della politica.

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Paradossalmente oggi chi voglia conoscere la vera cultura tibetana, non è in Tibet che deve andare, ma in India. Dharamsala è infatti chiamata il piccolo Tibet; ma meglio ancora è il grande monastero di Sera-je (continuazione in esilio dell’omonimo monastero in patria), a Baylakuppe, presso Mysore nel sud dell’India, che permette di vivere la più intensa esperienza del buddhismo tibetano. Teoricamente, le autorità indiane proibiscono agli stranieri alloggiarvi, ma si tratta di teoria ed è facile burlare la proibizione. Per colui che fosse interessato a conoscere dal vivo la cultura e le pratiche del buddhismo tibetano, è un’occasione unica. Non si tratta di un monastero come noi lo immaginiamo, ma di un vero e proprio villaggio dove vivono circa tremila monaci e lama.

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Ci sono un paio di “alberghetti” ove alloggiare, ristorantini, il dispensario medico, casette dove vivono alcuni monaci (altri vivono in comunità), la stamperia dove si stampano i testi sacri, la scuola, la grande cucina per i monaci, la scuola di pittura ove imparare a dipingere le tanka, le immagini delle numerose deità del panteon buddhista, o di scultura. Si può girare liberamente, ficcare il naso ovunque (con rispetto ovviamente), o assistere alle quotidiane puja -le cerimonie sacre nei templi. Si può condividere in pieno la vita dei monaci insomma. Ed iniziarsi ad un miglior intendimento del buddhismo tibetano, filosofia di vita e religione paradossalmente, nonostante le centinaia di deità che poi non sono altro che archetipi (studiati anche dal grande psicologo C.G. Jung), atea in quanto non ammette l’esistenza di un dio “personale”, che oggi va tanto di moda in un occidente che ha perso la rotta della vita.

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Non molto lontano, gli esiliati tibetani conducono, dimenticati dal mondo, una vita grama in alcuni campi di rifugiati (visitabili nonostante la proibizione ufficiale), sognando un impossibile ritorno al loro paese sul tetto del mondo.

Il Dalai Lama, intanto, continua a predicare la non violenza, il rispetto per ogni forma di vita, la tolleranza e la pace. Ma la sua, oggi più che mai, suona come una voce nel deserto.

Testo e Immagini di Bruno Pavan, ogni riproduzione anche parziale è vietata.

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