CITTA' DI CARMAGNOLA La storia - leggenda o verità?
Leggenda,
quasi sicuramente, quella della giovane nobile di nome Cara, nipote
dell'imperatore romano Caro, in cui onore il marito Publio Manlio
avrebbe fondato il primo nucleo abitato che chiamò "Caramaniola" o
Carmagnola intrecciando il nome della sposa e il suo. E' probabile
che il luogo - anticamente paludoso, ricco di fontanili per la
vicinanza del fiume Po che, anche in epoca non lontanissima, si è
ricavato un letto del tutto nuovo abbandonando il precedente
percorso - fosse già abitato da famiglie dei liguri Bagienni (o
Vagienni), una popolazione pre - romana insediata a sud delle terre
dei Taurini, proprio nella vasta area che dalle estreme propaggini
del pianalto di Poirino e di Carmagnola si estende verso le Langhe,
il Roero e il Cuneese. Su terreni più alti ai margini degli
acquitrini, o su "isole" al loro interno, si sarebbero poi insediati
e sviluppati alcuni "vici" romani, una serie di case contadine che,
insieme, avrebbero formato un "pagus". Non, quindi, una città vera e
propria, ma piuttosto una serie di piccoli borghi o villaggi.
Testimonianza di quel "pagus" romano è il frammento di lapide
funeraria oggi murata nel corridoio dell'ex convento di Sant'Agostino
e che fu rinvenuta nel 1890 durante lavori sul sagrato della chiesa
collegiata. Nei secoli di insicurezza politica e sociale succeduti
alla caduta dell'Impero Romano e alle invasioni, già prima del Mille
gli abitanti del "pagus" si sarebbero aggregati in tre borghi più
grandi costruiti su terreni emergenti dalle paludi - un po' come
avvenne a Venezia - per assicurarsi una maggiore protezione da
aggressioni e assalti. Si sarebbe così formato - nell'area oggi di
Gardezzana (il toponimo deriverebbe appunto da "Guardia sana", luogo
all'asciutto e salubre rispetto agli acquitrini vicini) - il primo
nucleo dell'attuale Carmagnola. Occorre tuttavia attendere la prima
metà dell'XI secolo per veder comparire, per la prima volta, il nome
di Carmagnola su un documento. Nel 1034, infatti, Rodolfo abate
della potentissima e ricca abbazia benedettina di Nonantola, nel
Modenese, si accorda con i conti di Pombia, nobile e antica famiglia
arduinica del Novarese, per uno scambio di beni e di terre in vari
luoghi del Piemonte, fra cui anche Carmagnola. I marchesi di
Romagnano e i discendenti di Bonifacio del Vasto - poi Marchesi di
Saluzzo - si contesero la signoria di Carmagnola e delle sue terre,
con alterne vicende sino all'inizio del XIII secolo quando Manfredo
II (si hanno sue notizie documentate fra il 1173 e il 1215 e fu il
primo ad assumere il titolo di marchese di Saluzzo) si assicurò
l'intero potere politico e giurisdizionale. E proprio Manfredo II,
ben consapevole dell'importanza territoriale e strategica del sito
di Carmagnola, di avamposto del marchesato verso la pianura padana,
entro il 1203 diede inizio alla costruzione del castello, in
posizione decentrata rispetto al nucleo già esistente dell'abitato,
e ad un primo sistema di difesa esterno con fossati e palizzate.
Dall'inizio del XIII secolo e sino alla metà del Cinquecento - salvo
il periodo fra il 1375 e il 1410, periodo di dominazione francese -
Carmagnola fu strettamente legata alla vita del Marchesato di
Saluzzo e trasformata, con il progressivo ampliamento e
rafforzamento di mura, bastioni e fossati, la sua più importante
piazzaforte militare. Della raffinata corte di Saluzzo visse gli
splendori e l'intenso clima culturale internazionale, fu arricchita
di palazzi ed edifici sacri, ospitò per oltre due secoli la
prestigiosa zecca marchionale. Ma fu anche, inesorabilmente
coinvolta - per la sua ambita posizione strategica, per la sua
piazzaforte militare e per la ricchezza delle sue terre e della sua
agricoltura - nei difficili e sempre precari equilibri di potere del
Marchesato, in guerre e scontri armati che i complicati giochi di
alleanze scatenarono nei secoli con gli Acaja, i Savoia, i marchesi
del Monferrato, i Visconti di Milano, gli spagnoli, i Delfini di
Vienne, i francesi. Sino all'autunno del 1588 quando, conquistata
dopo un breve assedio delle truppe di Carlo Emanuele I, entrò
nell'orbita del Ducato di Savoia, seguendone le vicende e, ancora,
da protagonista, diventando teatro di scontri armati e di battaglie.
CHIESA DI SAN ROCCO
Nella prima delle due incisioni che il "Theatrum
Sabaudiae" dedica a Carmagnola, quella con la "pianta" della Città, una
lettera dell’alfabeto, la F, compare scritta al di sopra del lato Nord del
convento degli Agostiniani. E, nella "Notarum Explicatio", alla lettera F
corrisponde l’indicazione "Oratorium S.ti Rochi", cioè oratorio di San
Rocco. Sembrerebbe dunque che Giovanni Paolo Morosino abbia commesso un
madornale e inspiegabile errore perché la splendida chiesa barocca di San
Rocco si trova in realtà in un altro luogo di Carmagnola, esattamente in
via Valobra, nell’isolato che inizia da via Boselli, con la "Casa delle
Meridiane", e prosegue con "Casa Sola". Ma Morosino, sempre così attento e
preciso, non ha commesso alcun errore. Ha semplicemente e giustamente dato
conto di quella che era,allora, la situazione. Perché, nell’estate del
1666, quando egli disegnò la "pianta" della città, l’edificio attuale
della chiesa di San Rocco non esisteva ancora e l’oratorio o, meglio, la
confraternita di San Rocco aveva davvero sede, sia pure provvisoria e come
"ospite", nei locali del complesso di Sant’Agostino. Oggi la chiesa di San
Rocco è una delle architetture barocche tardo – seicentesche più belle e
più nobili del Piemonte, fastosa e ricca di effetti chiaroscurali in
facciata mentre la massa della sua insolita, grande cupola e il campanile
che gli sorge accanto sono diventati elementi caratterizzanti del profilo
di Carmagnola al di sopra dei tetti. La chiesa di San Rocco offre
suggestive immagini di sé da vari punti della città. Ma questa è, appunto,
la situazione oggi. Occorre allora fare un passo indietro, andare a quel
tragico 1630 quando anche Carmagnola fu sconvolta dalla spaventosa
epidemia di peste bubbonica che mieté un numero incredibile di vittime. In
quei terribili momenti, la Città di Carmagnola flagellata dal morbo
rinnovò il Voto all’Immacolata, come già aveva fatto nell’altra pestilenza
(quella del 1522), e commissionò i due dipinti al "Fiamminghino" (ora
custoditi nel Palazzo Municipale e di cui esistono "repliche"
ottocentesche nella Collegiata dei Santi Pietro e Paolo). Il 16 agosto di
quel 1630, dodici carmagnolesi, guidati da Giò Francesco Fossati, si
costituirono in confraternita sotto la protezione, appunto, di San Rocco,
il Santo invocato nelle pestilenze e che era anche compatrono della Città,
per prestare soccorso agli appestati abbandonati da tutti, per confortarli
e assisterli spiritualmente. Vestivano un saio azzurro con cappuccio.
Finita l’epidemia della peste, la Confraternita accentuò via via i
caratteri di sodalizio spirituale anche se non dimenticò mai i suoi
impegni a carattere sociale e umanitario indirizzando l’attività a favore
dei bisognosi, degli orfani e dei poveri. Il numero degli iscritti alla
Confraternita andò parallelamente aumentando nei decenni perché potevano
aderirvi tutti i carmagnolesi di sesso maschile, cattolici, di buoni e
retti costumi e che avessero almeno sedici anni. Le donne non erano
ammesse tra i confratelli "ordinari" e potevano essere accettate soltanto
come partecipi delle grazie spirituali. Quattro anni dopo la fine della
pestilenza del 1630, la Confraternita di San Rocco eresse dunque il suo
primo oratorio, in Borgo Moneta, nella zona a Est della Città. Non ne
rimane traccia perché quell’edificio venne raso al suolo dai francesi, nel
1640, per consentire la costruzione del nuovo sistema di fortificazioni,
del bastione e del fossato collegati con Porta Moneta. Costretta a
trasferirsi in Città, la Confraternita trovò ospitalità in locali del
convento di Sant’Agostino e quella sistemazione provvisoria è dunque
testimoniata nel 1666 dal disegno del Morosino. Ma due anni più tardi, nel
giugno del 1668, i confratelli riuscirono ad acquistare un terreno sul
lato destro di via Valobra(nell’incisione del "Theatrum Sabaudiae" compare
un edificio civile che, se davvero esistente, venne demolito). La facciata
della chiesa di San Rocco prospetta, dunque, su quello stesso lato. Già
nel mese successivo, affidato il progetto della loro nuova chiesa
all’architetto Francesco Lanfranchi, iniziarono i primi lavori di
costruzione. Il Lanfranchi aveva già fornito buona prova delle sue
capacità nella progettazione della chiesa annessa all’Eremo di Lanzo
Torinese. I lavori proseguirono tuttavia con molte difficoltà e per
qualche decennio vennero anche interrotti. Ancora nel 1699, la
Confraternita chiedeva al Consiglio della Città di poter utilizzare
migliaia di mattoni recuperati dalla demolizione dei bastioni e l’anno
successivo potevano essere gettate le volte di copertura. Tuttavia,
soltanto nel 1745, con la posa in opera del bellissimo portale barocco,
San Rocco poteva considerarsi terminata, almeno nelle sue linee generali,
perché, poi, i lavori proseguirono negli anni successivi per le
decorazioni all’interno della chiesa. Interessante rilevare che il
progetto originario del Lanfranchi non venne mai sostanzialmente
modificato nonostante il lunghissimo spazio di tempo passato per giungere
alla conclusione dei lavori
CHIESA DI SAN FILIPPO
Ignoto il nome dell’architetto di questo bell’edificio
barocco. Probabilmente con più di una ragione, è stato avanzato il nome di
Francesco Gallo o di un esponente di rilievo della sua "scuola". La prima
pietra della nuova chiesa venne posta nel 1715 e l’edificio sacro fu
completato - anche con largo impiego di materiali, soprattutto mattoni,
provenienti dalla demolizione delle fortificazioni - ventiquattro anni
dopo, ma consacrato soltanto nel 1745 da mons. Porporato, vescovo di
Saluzzo. La nuova chiesa, con la sua splendida facciata, concludeva
scenograficamente la prospettiva da piazza Sant’Agostino, quasi a voler
segnare - insieme alla non lontana chiesa di San Rocco - l’avvio di una
consistente trasformazione urbanistica e l’ampliamento dell’abitato di
Carmagnola a conclusione della sua lunga funzione di piazzaforte militare.
Per l’interno della loro chiesa, i Padri Filippini vollero un ambiente di
contenuta sontuosità, in linea con i canoni artistici del loro tempo, ma
senza eccesso di decorazioni: una grande aula che favorisse lo svolgimento
corale delle funzioni religiose e facesse coinvolgere l’attenzione dei
fedeli verso il presbiterio e l’altare maggiore. Dopo l’abbandono da parte
dei Padri Filippini, la chiesa è passata, insieme all’ex castello, in
proprietà all’Amministrazione Comunale di Carmagnola e adibita a
manifestazioni culturali.
Palazzo Lomellini
Uno dei più noti (insieme a Casa Cavassa) edifici civili di Carmagnola.
Conserva linee di una nobiltà antica e solenne, anche se diverse sue
parti, compresa la facciata principale sulla piazza, hanno subito, già in
anni lontani, modifiche e adattamenti. E’ molto probabile che l’edificio,
al pari degli altri vicini, sia stato costruito originariamente intorno
alla metà del XV secolo, come lasciano supporre, sul lato verso via
Lomellini, gli archi a sesto acuto tardogotici del portico, tamponati
nella metà del ‘700. Anche nei piani alti della stessa ala del palazzo
sono ancora ben leggibili i segni di finestrelle gotiche, monofore, con
cornice in cotto, in gran parte oggi murate, mentre sono state aperte
finestre di forma ovale. Le prime notizie storiche di questo edificio, in
relazione alla famiglia Lomellini che era forse originaria di Genova,
risalgono all’inizio del ‘600. Nel 1613 e poi nel 1687, infatti, esponenti
di quella famiglia consegnano la loro arma gentilizia. L’intero palazzo ha
le superfici in mattoni a vista e il carattere complessivo è di grande
severità, stemperato da eleganti e poco rilevate fasce, anch’esse in cotto
di forma sagomata, che spartiscono orizzontalmente in cinque campi la
facciata. Nei due piani che prospettano sulla piazza Sant’Agostino si
aprono regolari finestre rettangolari che non dovrebbero essere quelle
originarie. Insolito il campaniletto a vela che supera il profilo del
tetto, sull’angolo sinistro del palazzo. Al piano terreno prosegue il
portico, in tre campate e con archi a sesto acuto innestati direttamente,
senza capitelli, su robusti pilastri quadrangolari. Molto bello il
soffitto del portico, a cassettoni in legno, anticamente dipinti. E, dal
porticato, l’ingresso al palazzo è dato da un portale classicheggiante, in
pietra grigia, alla cui sommità, entro cornice contornata da foglie di
acanto, è scolpito uno stemma colorato, con una mano (quella di San
Paolo?) che impugna una corta spada. Sull’architrave, è scolpita la
scritta "Congregazione di carità", memorie di quando Palazzo Lomellini
ospitò, dal 1717 e per una sessantina di anni, la "Congregazione
caritatevole di San Paolo" (era già stata fondata nel 1695), che si
occupava soprattutto del sostegno materiale e spirituale delle vocazioni
religiose. Un’altra memoria di quella destinazione d’uso è il grande
affresco, oggi molto sbiadito, raffigurante san Paolo, sulla facciata
verso la piazza, al di sotto del campaniletto a vela sull’angolo
dell’edificio. All’ "Opera di San Paolo", Palazzo Lomellini era stato
lasciato in eredità da Maddalena Pertusia Lomellini. Passato in proprietà
dell’Amministrazione Comunale nel 1939, ebbe ancora varie destinazioni.
Oggi, ospita alcune Associazioni ed Enti morali, ma soprattutto è
diventato sede prestigiosa della Civica Galleria d’Arte Contemporanea e i
suoi saloni, di nobili e raffinate linee, alcuni arricchiti da pregevoli
soffitti a cassettoni, ospitano rassegne e mostre di artisti oltre ad
altre attività culturali. Sul lato verso il cortile, Palazzo Lomellini si
apriva con una serie di logge, molto ariose, con archi a tutto sesto, di
gusto rinascimentale, impostati su colonne o pilastri. Ora le logge sono
state chiuse con vetrature.
Al n.1,di P.zza S.Agostino e quindi all’angolo con via
Valobra, si trova Casa Borioli,
edificata nel XV secolo, ma sottoposta negli anni a diversi interventi
edilizi che ne hanno compromesso l’aspetto originario. Memorie gotiche
sono le due grandi cornici di finestre ad arco acuto, realizzate con
formelle in cotto di raffinatissima fattura ad arco acuto, l’una sulla
facciata verso piazza S.Agostino, l’altra su via Valobra, entrambe
all’altezza del primo piano. Al piano terra, la Casa Borioli è aperta da
un portico a quattro campate con volta a botte e gli archi dei portici, a
sesto acuto, che poggiano su robusti pilastri leggermente scarpati. Meno
rilevante, in termini storico - artistici, la porzione di isolato
rimanente, anch’esso tuttavia aperto, al piano terreno, da due arcate di
portici.